Una via nuova su Cima Tosa? Il confronto Furlani-Andreozzi

L'apertura di 'Vertical Pleasure' ha aperto un dialogo sulle moderne tracciature. L'accademico del CAI: "Aleatorio pretendere di aprire una via nuova su una parete del genere. Itinerari storici rischiano di venire dimenticati”. La replica: "Cerco di valorizzare la storia, non di calpestarla"

La recente apertura di una nuova via sulla parete Nord-Est di Cima Tosa, nelle Dolomiti di Brenta, a opera della fortissima cordata Andreozzi-Samaden ha destato, oltre che l’ammirazione per una salita invernale comunque di notevole rilievo, anche alcune critiche, relative all’opportunità o meno di chiamare ‘nuovo’ un itinerario che comunque ne incrocia e ripercorre degli altri in più punti.

Il primo ad evidenziare questa contraddizione è stata la guida alpina e accademico del CAI Marco Furlani. “Pretendere di aprire una via nuova su una parete del genere è aleatorio” ha affermato. Già nell’edizione 1977 della guida Buscaini, in effetti, la Nord-Est della Tosa presentava ben sette itinerari, per un muro che non gode sicuramente di ampiezze che possano competere con una Sud della Marmolada, ad esempio.

In ogni caso, sulla lavagna nord-orientale della Tosa, la nuova via ‘Vertical Pleasure’ di Emanuele Andreozzi e Ruggero Samaden sembrerebbe sovrapporsi – come peraltro dichiarato dai due – alla Piaz-Michelson del 1911, nei primi due tiri e per un altro paio di lunghezze nella parte più alta.

L'opinione di Marco Furlani

C’è da dire che sicuramente l’arrampicata invernale cambia i connotati di una parete. – ha aggiunto Furlani – O meglio, cambia l’approccio dell’alpinista che l’affronta. In generale, però, non condivido l’idea di incrociare troppo altre vie o di sovrapporsi ad esse, in qualsiasi modalità: misto, ghiaccio, roccia, dry-tooling”. 

“Non condivido l’idea di incrociare troppo altre vie o di sovrapporsi ad esse”. M. Furlani

Proprio quest’ultimo stile sembra avere ormai conquistato la nuova generazione di alpinisti, come dimostra la miriade di vie di ghiaccio e misto che, in inverni sempre meno freddi a causa del cambiamento climatico, propongono al loro interno tiri e passaggi completamente affrontabili a ‘piccozze asciutte’. “Il dry-tooling – prosegue Furlani – crea infinite possibilità, stimolando gli arrampicatori nella ricerca di canali che siano adatti ad essere affrontati in questa maniera. Per giungervi, però, spesso e volentieri occorre passare su una parte di itinerario pensato per la roccia e aperto magari più di cent’anni fa. È vero, affrontarla d’inverno è tutt’altra cosa, ma ciò non toglie che quella porzione di via sia già segnata”.

La replica di Andreozzi

La mia via si sovrappone alle Piaz per due tratti, – ha ammesso Andreozzi – ma se ciò avviene in maniera limitata, come nel caso di questa via, dove stiamo parlando di tre tiri, forse quattro, su uno sviluppo di ben 1.200 metri, per me non costituisce alcun problema. Poi ovviamente quando invece i tratti in comune cominciano ad essere presenti in una percentuale molto consistente o magari includono i passaggi chiave più difficili, allora è il caso di parlare di variante. Inoltre io le ‘partenze in comune’ le vedo come una cosa positiva: mi piace sempre seguire la linea logica della natura. Anche in questo caso non mi sarebbe costato nulla forzare una linea indipendente nei primi due tiri per evitare una parte in comune con la Piaz, ma onestamente quel camino partiva proprio da lì: era la conformazione della parete a mostrarlo ed io l’ho semplicemente seguita”.

"La mia via incrocia la Piaz in tre-quattro tiri su 1200 metri". E. Andreozzi

Come rispettare la storicità di una parete?

Il problema è uno soltanto. – fa comunque notare Furlani – Quando il ritorno mediatico di una salita come questa diventa così ampio, la storia delle altre vie già esistenti e a cui quell’itinerario vi si sovrappone per alcuni tratti rischia di venirne fagocitata e dimenticata”.

“Il problema è uno solo: che venga dimenticata la storia delle altre vie”. M. Furlani

“Capisco Marco, ma io parlo delle vie in questione, cercando di valorizzare la storia”. E. Andreozzi

Da parte mia ho sempre evidenziato nei miei report le eventuali sovrapposizioni. – ribatte Andreozzi – Purtroppo non tutti coloro che aprono nuove vie lo fanno, quindi in realtà capisco benissimo il discorso di Marco. Penso però che andando a citare precisamente le vie da cui si sceglie di passare, spesso itinerari semi-sconosciuti ai più, anche altre persone possono venirne a conoscenza: in questo modo la storia viene valorizzata, non calpestata o dimenticata”.

Insomma, nell’epoca in cui viviamo molte pareti, non solo la Nord-Est della Tosa, soffrono un sovraffollamento d’itinerari, che talvolta si trasforma in un dedalo dal quale è difficile districarsi. Così come risulta complesso tirare le fila di un discorso cultural-alpinistico che meriterebbe un articolo a parte. “Per me arrampicare significa andare alla ricerca di una tela bianca, dove poter creare qualcosa di mio” ha detto una volta un alpinista che ammiro molto. Ecco, nel 2026 le tele bianche esistono ancora, ma vanno cercate con molta più attenzione. Coprire parzialmente l’opera di qualcun altro con la propria non è di certo un peccato mortale – non più di molte altre sciagurate scelte che vengono spesso compiute in montagna. Ma forse, in taluni casi, toglie al futuro la meraviglia di scoprire il passato: un privilegio di cui, nel presente, dovremo andare più fieri.