© Marcin Tomaszewski
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“Ero un ragazzo qualunque di un quartiere operaio. Ogni giorno stavo nell’androne del palazzo e facevo il teppista”. Inizia da questa dichiarazione un po' tranchard il nostro incontro con Marcin ‘Yeti’ Tomaszweski, fuoriclasse polacco capace di inanellare, fra gli anni Ottanta e Novanta, decine di salite impressionanti, spesso sulle big wall di mezzo mondo.
Dall’apertura, nel 2012, della via Superbalance (VII, A4, M7+) sulla Polar Sun Spire a Baffin, in Canada, a quella nel 2013 di Bushido (VII-A4, VII+) sulla Great Trango Tower in Pakistan, passando, nell’inverno 2015, per Katarsis (A4, M7) sulla parete nord del Trollveggen in Norvegia.
Un decennio difficile
Eppure, all'inizio, il futuro di quel bullo di quartiere non lasciava presagire nulla di buono. “Il passaggio tra gli anni Settanta e Ottanta fu per la Polonia un tempo di cambiamenti enormi - la caduta del comunismo, Solidarność - e osservando i miei genitori, sentivo ribollire anch'io una sorta di ribellione contro la realtà che mi circondava. Avevo capito che il mondo appena oltre il confine era un mistero che desideravo profondamente scoprire. Per questo, fin da bambino, entravo nei luoghi che mi venivano proibiti: vecchie fabbriche, spazi industriali. Non cercavo posti pubblici, facili da raggiungere, popolari. Mi avventuravo solo in quelli che nessuno conosceva e a cui nessuno si interessava. Col senno di poi, vedo che questo è stato uno dei motivi per cui ho scelto l’arrampicata big wall”.
Ma com'è che, in prima battuta, l'arrampicata è entrata nella tua vita?
Fu un vicino più grande, che abitava nel palazzo accanto, a tirarmi fuori dalle brutte compagnie. Insieme ad un amico, aveva trovato il modo di scappare in montagna, verso l’ignoto, e per qualche ragione pensarono che anch’io fossi adatto a quel tipo di avventure. È così che tutto è cominciato. Nella mia famiglia non c’erano tradizioni di montagna né sportive, proprio nessuna. Il percorso che ho intrapreso, fin dall’inizio, ho dovuto aprirmelo da solo, alle mie condizioni. E andando in montagna ebbi modo di vedere i veri alpinisti in azione e ne rimasi affascinato. E pensare che, da bambino, avevo sempre avuto una grande paura dell’altezza.
Anche le tue esperienze di arrampicata, perlomeno all'inizio, furono contraddistinte da quel vagabondaggio che ti caratterizzava da bambino.
Sì, è esatto. Un tipo di vagabondaggio in cui, però, cercavo nella dimensione della solitudine il mio modo di realizzarmi. Scalavo in rope sole, d'inverno e d'estate, soprattutto nei Tatra polacchi. Per evitare la gente, arrampicavo addirittura di notte. Partivo alle dieci di sera, tornando il giorno dopo o anche diversi giorni più tardi. In quel periodo vivevo in un mio mondo interiore. Scrivevo parecchio su un piccolo quaderno: ricordi, pensieri, riflessioni che ancora oggi mi servono come punto di riferimento verso le radici da cui provengo. Verso ciò che mi ha formato. In generale, tendevo ad isolarmi. Quando ero costretto a passare del tempo in rifugio, in mezzo ad altri alpinisti, prendevo un libro o un giornale e facevo finta di leggere. Altrimenti, appena mi perdevo nei miei pensieri, mi chiedevano se stessi bene e perché fossi triste. Una volta, distrattamente, tenevo il libro al contrario e allora si scoprì tutto.
“Partii per l'Europa con un gruppo di altri amici arrampicatori e scoprii in breve tempo di non voler più tornare in Polonia”
Quale fu il tuo primo contatto con il mondo alpinistico fuori dalla Polonia?
L'input per abbandonare scuola e famiglia mi venne forse a causa dell'alcolismo di mio padre. Allora ero ancora troppo giovane per poterlo aiutare potevo solo guardare passivamente la mia famiglia che cessava di esistere. Partii per l'Europa con un gruppo di altri amici arrampicatori e scoprii in breve tempo di non voler più tornare in Polonia, così quando i miei amici tornarono a casa, io rimasi a zonzo. Fu a quel punto che l’arrampicata passò lentamente in secondo piano perché la sopravvivenza, senza istruzione, senza lavoro e senza casa, era diventata più importante. Dormivo per strada, nelle stazioni ferroviarie. Poco a poco mi stavo fondendo con la comunità dei senzatetto: questo soprattutto in Francia, a Parigi, dove avevo trovato ‘casa’ in stazione centrale. Eppure, nello zaino distrutto avevo ancora le scarpette da arrampicata e una corda tagliuzzata.
Quando decidesti di riprenderle in mano?
Quando arrivai al capolinea. Mi resi conti di aver fatto la scelta sbagliata, di essere fuggito per il solo gusto di farlo e senza dare una direzione precisa alla mia vita. Dunque telefonai a parenti lontani che vivevano in Germania e mio zio fece diverse centinaia di chilometri in auto per venire a prendermi e portarmi via dalla strada.
Un'infanzia sofferta
Ho letto che da bambino hai sofferto di un difetto cardiaco congenito. Quanto questo problema ha influenzato la tua vita e il tuo andare in montagna?
Sicuramente, quand'ero più piccolo, ha influito sulle mie relazioni, che che andavano sistematicamente in frantumi perché non potevo dedicare agli amici il tempo che avrei voluto. E poi mi ha provocato molto dolore e tristezza, connessi ai mesi interi che ho dovuto trascorrere in ospedale senza la mia famiglia. Tuttavia, in una prospettiva più ampia, la malattia mi ha costruito nella persona che sono oggi: quello che ho, l’ho creato a partire da una mancanza. Sopperivo ad essa facendo scelte pessime, ma gradualmente ho imparato ad operarne di migliori. In arrampicata, ho capito anche grazie a quell'esperienza quando vale la pena lottare e quando invece è meglio lasciare andare. E poi mi si sono aperti gli occhi sul valore della famiglia e delle persone care, a partire da quel viaggio in macchina con mio zio di cui ti ho raccontato.
“Quando ho conosciuto Tom Ballard ho avuto la sensazione di avere incontrato una persona a me simile”
Fra le persone care che hanno avuto un importante spazio nella tua vita e carriera c'è anche Tom Ballard.
Ho conosciuto Tom nelle Dolomiti. Allora viveva da molti mesi in campeggio e raggiungeva le salite in bicicletta, spesso facendo molti chilometri. La mia prima impressione fu la sensazione di aver incontrato una persona molto simile a me. Ci siamo intesi subito molto bene e sicuramente ebbe un ruolo decisivo il fatto che praticamente non ci parlavamo affatto. Eppure riuscivamo a capirci benissimo, anche perché meno parole significano meno incomprensioni. Eravamo una buona squadra. Abbiamo aperto insieme diverse vie nelle Dolomiti, per esempio in Civetta e più tardi sulla parete nord dell’Eiger. Siamo stati anche in Patagonia, nel 2018. Non dimenticherò mai quella spedizione. Il nostro obiettivo era una nuova via sul Cerro Torre. Purtroppo, quell’anno le condizioni meteorologiche e le temperature erano molto sfavorevoli e abbiamo dovuto rinunciare al nostro obiettivo principale. Durante la discesa sul ghiacciaio Torre, una forte raffica di vento mi scaraventò in un crepaccio stretto e profondo, nel quale rimasi incastrato a testa in giù. Tom era già molto avanti e io ero certo che non si fosse accorto del punto in cui era successo. Dopo mezz’ora, quando ero già più in profondità nel crepaccio e ormai rassegnato a ciò che era accaduto, sentii dall’alto la voce di Tom. Mi salvò la vita. Ci penso spesso e mi dispiace profondamente di non aver potuto ricambiare nello stesso modo. Ci univa una corda invisibile. Non parlavamo dei nostri sentimenti, eppure dall’altra parte sentivo molto forte la sua energia e lo capivo. Non abbiamo fatto in tempo a diventare davvero amici, Tom morì l'anno seguente.
Prima parlavi dell'importanza di capire quando lottare e quando lasciar andare. Sullo Jannu Est hai dato prova di saper fare benissimo entrambe le cose.
La spedizione al Jannu Est del 2019 è stata un punto di svolta nel mio modo di vedere l’arrampicata e, più in generale, la vita e il suo valore. Prima di partire con Dima e Sergey ero in un processo di maturazione, mentre una volta arrivato sul posto sono stato costretto a collocarmi brutalmente da una delle due parti della vita. Mi ha aiutato molto in questa decisione la situazione in Patagonia di cui ho parlato prima, durante la quale essendomi trovato molto vicino alla morte ho dovuto farmi un esame di coscienza. Fu allora che capii di che cosa si pente una persona quando si trova davanti alla morte. Il ricordo di quel momento mi aiutò enormemente a prendere una decisione così difficile: rinunciare a scalare con i russi. Le ragioni furono la mancanza di acclimatazione e il fatto che il progetto Dima e Sergey (salire in stile alpino direttamente dal campo base fino alla cima di 7.460 metri, ndr) era qualcosa che cozzava contro le previsione di forti nevicate, che su una via come quella, con una ripida rampa di neve, potevano significare un pericolo enorme. Ma questi non erano gli unici motivi. Mi dispiace profondamente che negli anni successivi i russi siano morti in montagna in circostanze così tragiche. Al campo base sentivo spesso il loro motto: ‘Strachu niet’ ('Nessuna paura', ndr), mentre io dovevo annunciare il mio ritiro davanti alla telecamera, in diretta. Per me fu molto difficile. Molti alpinisti in Polonia, inclusi istruttori e figure autorevoli, condannarono la mia decisione, sostenendo che mi ero dimostrato un codardo. Ma non mi pento di quella decisione. A maggio uscirà il mio prossimo cortometraggio, Karma, ispirato a quell'esperienza.
Meru, il grande rimpianto
C'è una rinuncia che ricordi con rimpianto?
Per aprire una via nuova al Meru, sulla Shark’s Fin, mi preparai un anno intero. Durante quella spedizione però non arrivai nemmeno a toccare la parete. Le scariche di pietre, in quella stagione, e le alte temperature fecero sì che rinunciassimo a qualsiasi approccio alla scalata.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho compiuto cinquant'anni da poco e, oltre ai progetti cinematografici come il cortometraggio cui accennavo prima, mi trovo molto bene nel mio nuovo ruolo di mentore. Organizzo workshop di arrampicata su big wall aperti a giovani curiosi e desiderosi di esprimersi nell'arrampicata a vari livelli. Iniziamo qui in Catalogna, dove vivo con la mia famiglia, per poi spostarci d'estate verso le Alpi oppure nelle valli di Nangmah o Hushe, in Karakorum, e anche in India e d'inverno dedicarci a spedizioni in Groenlandia o in Alaska. Personalmente, arrampico quasi ogni giorno nelle falesie e nelle montagne della Catalogna. A venti minuti da casa ho splendide zone di arrampicata e, in un raggio di due ore, luoghi come Mont Rebei, Terradets, Vilanova de Meià o Siurana. Ora arrampico quando voglio per piacere. Non ho più la sensazione di doverlo fare per compiere una qualche missione immaginaria. Ciò che è stato decisivo in questa scelta è stata la decisione di essere onesto e coerente con i miei sentimenti.
Infine, che messaggio ti senti di lanciare alle nuove generazioni?
Quando ero un arrampicatore agli inizi, anche se avevo difficoltà a riconoscere qualunque autorità, avevo molti eroi. Il problema che mi trovavo ad affrontare nasceva dal fatto che il mio eroe più grande, mio padre, mi aveva deluso. Con il tempo, però, ho capito che bisogna separare le imprese in montagna da ciò che è puramente umano. A volte qualcuno che compie una salita magnifica in montagna può rivelarsi una persona piccola. Per me queste sono due sfere diverse, che non dovrebbero essere mescolate. Se qualcuno realizza una salita estremamente difficile, questo non dovrebbe dargli automaticamente il diritto di diventare un’autorità nelle questioni della vita. L’unica cosa che ha ricevuto è un megafono attraverso il quale può esprimere le proprie opinioni. Molte persone confondono o uniscono queste due sfere e per questo poi rimangono molto spesso deluse. Non aspiro a diventare un eroe per le nuove generazioni, ma cerco di essere un uomo buono e utile per quanti vorranno ascoltare i miei consigli e la mia storia.