Tre uomini e un deltaplano: storia del primo volo dal Brenta

Nell'estratto dell'ultimo numero de 'La rivista del CAI', il racconto del primo decollo dal Campanile Basso di Mauro Dalla Brida, dopo un’ascensione invernale durata tre giorni insieme agli amici Bruno Fedrizzi, Sergio Tait, Pio Malfatti, Mauro Fronza e Paolo Corazzola

 

Dall'ultima uscita de ‘La Rivista del CAI’, numero 21, luglio 2026. La rivista del CAI è il bimestrale del Club Alpino Italiano, in spedizione a tutti soci del sodalizio. 

Gennaio 1990, cima del Campanile Basso. Mentre due figure armeggiano con un gigantesco marchingegno a metà fra una parabola satellitare e una vela pronta a solcare mari di cui, da quell’iconica vetta delle Dolomiti di Brenta, è quasi impossibile immaginare la vastità, un terzo uomo, più pensoso e taciturno, sembra intento a misurare con gli occhi il vento, la sua portata e la perfezione di quelle piccole raffiche invernali che solcano, loro sì, il mare del cielo. Fra pochi minuti, se tutto andrà bene, saranno quel vento e quelle raffiche ad accompagnarlo in un’impresa finora soltanto immaginata. Idealmente, il suo addio alle montagne arrampicate, per spiccare davvero il volo verso altri sogni.

IL GRUPPO ROCCIATORI PIAZ

Mauro Dalla Brida ha 27 anni e di quel marchingegno a metà fra una parabola satellitare e una vela pronta a solcare i mari è un grande appassionato da quando, di anni, ne aveva soltanto tredici. Allora studiava il deltaplano, la sua storia e le sue incredibili potenzialità fra le pagine dei libri che riusciva a procurarsi, leggendoli con curiosità febbrile. Ma anche con la capacità di visione di chi, tutto quello scibile appreso, vuole metterlo in pratica quanto prima, magari proprio fra le montagne di casa.

 

Nel frattempo, durante l’adolescenza di Mauro, quelle montagne di casa erano diventate il pane quotidiano da masticare fra scorribande e avventure, vissute in compagnia di un informale gruppo di amici il cui nome richiamava – erroneamente – quello di una celebre guida alpina. Eppure il Gruppo Rocciatori Piaz con Tita Piaz non c’entra proprio nulla. Piàz (accentato sulla a) non è altro che il termine con cui tutti gli abitanti di Mezzolombardo, borgo trentino posto all’imbocco della Val di Non, conoscono la parte più storica del paese: un dedalo di vie e di case, ammassate l’una all’altra, dalle cui porte uscivano in pantaloni Fila, camicie a scacchi e sigarette riparate nel risvolto dei calzini gli eroi di questa nostra storia, diretti verso mete spesso sapientemente nascoste ai genitori. Già sul finire degli anni Settanta, dopo aver esplorato ogni anfratto, parete e sentiero che un luogo come la Piana Rotaliana poteva loro offrire, questo gruppo di sodali aveva cominciato a puntare più in alto, più a est. Il Brenta, per quanto precluso alla vista, era ben impresso nelle loro menti e nelle loro mani scalpitanti di roccia, come poteva d’altronde

esserlo il massiccio dolomitico più vicino, ma lontano abbastanza da richiedere di essere prima sognato che ammirato. E, con i sogni che pian piano si trasformavano in realtà, le uscite alpinistiche del gruppo iniziavano a inanellarsi.

LE PARETI DI UNA VITA

(…) Eccole lì, le montagne di casa e le pareti di una vita intera, prima che la passione per il volo prendesse il sopravvento. Ma il sopravvento sull’alpinismo, forse, di certo non sulle amicizie. E infatti, ad accompagnarlo in questa quattro giorni da lupi, sono stati proprio alcuni fra gli amici di sempre: Bruno Fedrizzi, Sergio Puma Tait, Pio Malfatti, Mauro Fronza e Paolo Corazzolaquesti ultimi due con lui fino alla vetta.

 

Si volta ora a guardarli, Mauro, mentre lo aiutano a predisporre il suo delta Minifex Finsterwalder, smontabile perché pensato proprio per la montagna ma tutto fuorché leggero: il peso complessivo è di 30 chili, portati lassù in tre giorni di arrampicata e riassemblati sulla cima in un paio d’ore decisamente abbondanti.

UN’INVERNALE DURATA TRE GIORNI

(…) Il freddo dell’inverno – unica stagione disponibile a causa del lavoro che lo occupa per la rimanente parte dell’anno – si fa sentire e Mauro ha pensato più volte al valore di quelle amicizie, capaci di sacrificare così tanto per un progetto non loro. Quanto sarebbe stato semplice farsi portare lassù in elicottero! Ma in quello che Mauro vede come un rito di passaggio, dall’alpinismo al volo, anche l’alpinismo stesso deve rivestire un ruolo di prim’ordine: l’ascensione invernale che stanno

portando avanti è tanto importante quanto il decollo.

 

Arrivano in vetta nel pomeriggio del 13 gennaio e vi bivaccano, in vista del volo previsto per l’indomani.

DODICI MINUTI DI ADDIO

Se entro le 14 non si decolla, il deltaplano andrà smontato, depositato in vetta e si rientrerà nella maniera più ortodossa, calandosi in doppia. (…) Finalmente, pochi minuti prima delle 14, i moti di discendenza calano e la direzione del vento diventa quella giusta. Mauro spinge se stesso e il mastodontico delta verso il vuoto, un abisso che non lo spaventa. Almeno non quanto quella maledetta cengia all’uscita della Via Preuss, gradita agli alpinisti ma sicuramente d’ostacolo per chi cerca di decollare – ovvero lui soltanto, almeno finora.

Mauro cabra, spingendo in avanti sulla barra. Il deltaplano è completamente in tiro, pronto a rispondere con puntualità alle leggi fisiche quasi insondabili che regolano l’aerodinamica. La legge più importante di tutte, in questo momento, è però quella che regola i rapporti fra l’istinto e la fiducia: la legge dell’esperienza. E se la forza centripeta agisce come al solito e vorrebbe continuare a pressare all’indietro, le braccia esperte, istintive e fiduciose di Mauro, protese quanto basta, spingono finalmente il delta verso l’esterno, in decollo.

È fatta! Il sogno è realizzato: Mauro è in aria. Dietro, il colosso del Campanile Basso. Un grido liberatorio e felice, anche di saluto a Corazzola e Fronza, esce dalla sua bocca stupefatta. Virando leggermente a destra gira il collo e li vede ancora lì, sul precipizio, increduli come lui, ma soprattutto stanchissimi: li aspetta ancora una lunga e impegnativa discesa.

 

Quella di Mauro, invece, è una discesa straordinariamente veloce. Il suo deltaplano continua a 130 km/h, la velocità massima che può sopportare senza correre il rischio di danni strutturali. Ma il volo oggi non c’entra, così come non c’entra l’alpinismo. Mauro è sospeso in un limbo, fra le pareti della sua giovinezza e i cieli che solcherà d’ora in avanti, già disteso verso un’età più adulta e matura, ma non certo priva di sogni e passioni. Dopo appena 12 minuti, l’atterraggio in direzione nord, nel

prato che si affianca al campo sportivo di Molveno, è più turbolento del solito. Non importa. Ad aspettarlo ci sono lo zio Luciano e Consuelo: una giovane ragazza, ancora ignara del fatto che presto diventerà la madre dei suoi figli.