Articolo a cura di Paolo Crosa Lenz
Rosa Galimberti e Luca FavarettoI Corni di Nibbio sono la catena montuosa che corre dal Pizzo Proman alla Cima Corte Lorenzo, in Val d’Ossola. A est il Parco Nazionale della Valgrande, a ovest i paesi e le fabbriche della Valle del Toce: i “Corni” separano la natura selvaggia dalla civiltà industriale. Sono montagne non alte, che a malapena sfiorano i duemila metri, ma quanto mai impervie per gli accessi severi su tracce spesso impercettibili dove non puoi sbagliare, pena tornare indietro. Si impennano dai duecento metri di quota della piana ossolana, un vero volo d’uccello. Gli itinerari alpinistici si contano sulle dita di una mano.
Il “gran diedro” del Pizzo Lesìno (1990 m), la vetta più elevata della catena, è chiaramente visibile dalla piana ossolana: una parete grigia alta 500 metri di solido gneiss. La punta triangolare del Lesìno, ardita e bella, è onnipresente nella vita e nel paesaggio delle genti della bassa Ossola; in particolare da Ornavasso, dove è chiamato semplicemente “il Torrione”, si staglia nitida nel cielo della Valgrande.
L’alpinismo su queste montagne non ha una grande storia: le pareti sommitali sono brevi, anche se di buona roccia, mentre gli itinerari di accesso agli attacchi sono lunghissimi e disagevoli. Montagne strane, tanto belle e ardite eppure ignorate. Dalla superstrada dell’Ossola lo sguardo individua le linee severe delle creste e dei picchi. Sembrano vicine, eppure sono lontane: per raggiungere la base del torrione del Lesìno occorre un’intera giornata di cammino su versanti ripidissimi e senza sentieri. I Corni di Nibbio sono un altro mondo, altre montagne. È wilderness anche per l’alpinismo.
I Corni di Nibbio sono sempre stati un luogo misterioso e arcano per le genti del posto, «un succedersi di fantastiche guglie, di arditi torrioni, di selvaggi valloni e di spaventevoli pareti a picco», per dirla con Edmondo Brusoni che alla fine dell’Ottocento ne descrisse la topografia e gli itinerari. Unici frequentatori abituali erano i cacciatori di camosci e i pastori alla ricerca del fieno selvatico e dell’erba di rupe.
Per gli alpinisti ossolani di ogni generazione, i Corni di Nibbio sono tuttavia le montagne di casa, il terreno su cui avvennero i primi esperimenti del grande gioco di scalare le vette. Tra la fine degli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento avviene l’esplorazione alpinistica di questi monti: nel 1938 viene salita la cresta sud del Torrione di Bettola dalla Bocchetta di Lavattel; nel 1948 il “gran diedro” del Lesino; nel 1949 la diretta della cresta sud del Proman dalla Bocchetta di Valfredda. Dopo oltre trent’anni di silenzio, nel 1984, due giovani alpinisti di Ornavasso, Alberto Giovanola e Paolo Crosa Lenz, realizzano la prima traversata integrale dei Corni di Nibbio: una lunga cavalcata da Ompio alla Bocchetta di Valfredda, diciotto ore di cammino, arrampicata e precarie corde doppie. La traversata oggi viene percorsa anche in inverni senza neve ed è diventata pericoloso terreno di gioco per gli sky runner.
Dopo la prima, misteriosa salita del “gran diedro” del Pizzo Lesino nel 1948 ad opera di tre alpinisti ossolani – “misteriosa” perché non hanno lasciato alcuna descrizione tecnica e probabilmente avvenuta sulla parete esterna del diedro – e un silenzio durato settant’anni, recentemente i Corni di Nibbio si stanno rivelando un nuovo terreno di avventura per un alpinismo esplorativo di nuova generazione. Nuove vie vengono aperte, di concezione e difficoltà moderne. La linea centrale del “gran diedro” del Lesino, quella evidente dal fondovalle, è stata salita nel 2022 da Fabrizio Manoni e Felice Ghiringhelli, protagonisti della recente riscoperta alpinistica dei Corni di Nibbio. Nella primavera 2023 Manoni e Ghiringhelli hanno tracciato la via “Corni selvaggi” sul torrione di Bettola. Nel 2025, sempre Fabrizio Manoni con Giuseppe Burlone, ne ha effettuato la prima ripetizione, rettificandola e certificandone il tracciato.
I dati tecnici parlano di uno sviluppo di 300 metri, difficoltà 6b con obbligatorio 6a+, grado Td+ RS3+, roccia a tratti fragile che richiede attenzione ed esperienza, per sette lunghezze di corda. Ricorda Fabrizio Manoni: «Nonostante le difficoltà tecniche moderate la scalata richiede attenzione a causa delle protezioni a volte molto distanziate e della roccia delicata. È una via impegnativa e adatta solo a scalatori esperti. Queste salite sono infatti caratterizzate da un’arrampicata pulita e severa, dove l’erba, a tratti presente, non disturba più di tanto la scalata. Molte vie ben più blasonate sono più erbose e ravanose». “Corni selvaggi”, con un accesso lungo – 1100 metri di dislivello – ma in gran parte su sentiero segnalato, è stata attrezzata a spit sui tiri e alle soste anche per consentire la discesa in corda doppia. Ha quindi una dimensione “quasi” sportiva, anche se severa. «È un regalo che abbiamo voluto fare alla comunità dei climber alla ricerca di qualcosa di diverso». Il “gran diedro” del Lesino, invece, ha un solo chiodo in 600 metri di via e un’arrampicata spesso entusiasmante e impegnativa, dove è vietato cadere. «Su questi monti si respira un’aria particolare, che sa di avventura ma anche del piacere di scalare». Con Luca Favaretto Manoni ha aperto una terza via sul pilastro sud del Corte Lorenzo: «Eh lì sì, il ravanage la fa da padrone».
Un altro protagonista di questa recente riscoperta dei Corni di Nibbio è l’alpinista verbanese Luca Favaretto, ventitré anni, che nell’aprile 2023 ha aperto in solitaria una via trad sulla parete sud del Pizzo Carbunisc, un contrafforte della Cima Corte Lorenzo. Racconta Favaretto: «Sono 420 metri con difficoltà fino a 6c; il passaggio più duro è un bellissimo diedro di trenta metri ben proteggibile. Per il resto la via è composta da diverse placche, anche belle lunghe e poco o niente proteggibili». L’ha chiamata “Dolcenera”, dalla canzone di Fabrizio De André. All’attacco della parete, dopo un infinito avvicinamento dai 200 metri di Albo di Mergozzo, Favaretto trova una targa di marmo che ricorda Pier Angelo Galimberti di Borgomanero, caduto e morto sul primo tiro della parete il 29 maggio 1955. Aveva diciassette anni. Con lui c’era Antonio Savoini, sedici anni, che si salvò probabilmente perché ai primi metri di scalata. Colpito da quella targa di cui tutti avevano perso memoria, Favaretto ha scavato nella storia, rintracciando la sorella Rosa, che gli ha raccontato del “fratellone” che in quegli anni di rinascita per l’Italia viveva un amore passionale per l’alpinismo e gli ha donato la sua piccozza.
In tempi di cambiamenti climatici, quando le alte montagne soffrono e richiedono tempi e visioni nuove, le piccole montagne offrono agli alpinisti di oggi inediti terreni di avventura. Un ritorno all’alpinismo esplorativo di stampo ottocentesco, scalando con lo sguardo che spazia fino al Lago Maggiore. Basta avere nuovi occhi e cercare nuovi terreni di avventura.